“Vampiri morali” di Pier Marrone

Vampiri

Esistono i vampiri: quello che vorrei dirvi potrebbe essere sintetizzato in questa sola frase. Senza presunzione, me ne sono reso conto da molto tempo con chiarezza, ma non intendo convincervi di qualcosa che voi non avete mai preso in considerazione, quanto cercare di farvi vedere con occhi diversi qualcosa che, ne sono convinto, fa parte anche della vostra esperienza.

Naturalmente, è per prima cosa decisivo intendersi sulle parole, sui significati, sulledefinizioni. Comunemente per vampiro si intende un essere assetato di sangue umano che è capace vivere molto a lungo o addirittura in eterno, se adeguatamente nutrito, si tratti di orribili androidi calvi come in Nosferatu o sia il vampiro uno di quegli esseri sexy e un po’ fighetti che desidereresti incrociare a un happy hour, stile la celeberrima e noisosissima saga di Twlight.

Quelli sono esseri che, nella finzione, si nutrono letteralmente di un siero ematico animale (preferibilmente umano, ma, se non è possibile altrimenti, di solito non disdegnano anche piccoli mammiferi come topi e pantegane). Nell’immaginario collettivo contemporaneo sono oramai esseri ipersessualizzati, depilati, trendy, palestrati, vitaminizzati, che vestono come magnati russi impegnati in un giro frenetico di shopping trash a Chelsea.

Insomma: sono oramai esseri normalizzati, che possiamo inserire tranquillamente nel realitydelle nostre vite. Non hanno nulla di inquietante, lo si è capito, perché interpretano aspirazioni di onnipotenza alla portata di tutti, con una mediocre eguaglianza di immaginario realmente imbarazzante. Chi non vorrebbe vivere come se avesse sempre venticinque anni, circondato da modelle non anoressiche o da toy-boys, con i sensi acuiti e le sinapsi sempre in forma? Il motivo per cui è invalsa questa rappresentazione rassicurante è la propensione ai consumi e alle identificazioni attraverso i consumi di quelle fasce di età. Del resto, il consumismo è, in effetti, proprio una propensione vitalistica.

Giovani e vitalistici – eterni consumatori di griffe –: non sono questi i vampiri che mi interessano, perché il loro vitalismo, se ci pensate bene, è in profondo disaccordo con una caratteristica che è ben rappresentata dai canini prominenti e dalla loro coazione a succhiare liquidi vitali. Il vampiro si nutre della vitalità altrui, perché non la rappresenta in proprio. Il vampiro è parassitario rispetto alla nostra capacità di agire, perché non può diffondere qualcosa che non ha. Infatti, talvolta lo si rappresenta come impotente. Sono questi i veri vampiri: impotenti nella creazione, parassitari nella vitalità, inibitori della personalità degli altri. Sono vampiri morali, come vi dimostrerò.

Io ne ho conosciuto due nella mia vita, entrambi all’università.

Il primo vampiro lo incontrai quando ero studente. Si trattava di un professore che io ed altri ritenevamo realmente impressionante. Il viso scavato, il naso aquilino, l’andatura claudicante, leggermente curvo, le mani adunche protese verso di noi, quando leggeva con la voce gracchiante i suoi appunti da quadernini sgualciti, aveva quell’anno come uditorio due studenti, sebbene il suo esame fosse uno dei più importanti del programma di studio: io e un signore già fatto, medico stimato e conosciuto nella mia città.

Il corso era su un argomento non certo epocale (i cartesiani in Italia nell’età di Vico), ma che lui riuscì a rendere ancora più drammaticamente noioso di quanto già fosse per contenuto naturale.

L’unico risultato didattico rilevante fu di provocare una depressione a me e all’attempato studente. Ma il medico-studente risultò più saggio, necessariamente, della mia inesperienza. Mi ricordo infatti che si impasticcava regolarmente prima delle lezioni per lenire i sintomi depressivi. Io, invece, cominciai a coltivare cupi pensieri di abbandono degli studi (ero un’inesperta matricola al primo anno). Fortunatamente non lo feci e divenni poi un professore di filosofia, superando i prescritti concorsi, anche se non riuscii mai a terminare quel corso e non feci mai quell’esame.

Mi ricordo che il prof-vampiro si compiaceva spesso a lezione di avere pochissimi studenti a confronto di altri docenti che avevano l’aula sempre affollata e interpretava questo clamoroso fallimento didattico come una prova della bontà del suo magistero, e della scarsa serietà dei suoi colleghi, alcuni dei quali erano, invece, dei giganti dell’insegnamento.

Il suo corso rimane nei miei ricordi come un tipico esempio di condotta vampiresca perché produsse in chi ne fu vittima proprio uno degli effetti più clamorosi dell’inibizione all’azione, ossia la depressione. Voi penserete che sto esagerando, ma anche altri studenti hanno avuto la medesima esperienza in altri anni, e poi c’è la sindrome depressiva del medico, mio compagno di corso, che io ritengo dirimente. Quando riuscii a liberarmi del vampiro, lui fece fatica a rassegnarsi, lamentandosi per anni presso gli altri professori, che avessi abbandonato le sue vampiresche lezioni.

Una volta si lamentò con me con una domanda indiretta: “Non capisco perché gli studenti non vengano al mio corso”. La mia replica: “La risposta è contenuta nella domanda”.

Anni dopo diventammo colleghi. Non lo trovai mai fondamentalmente cambiato, solo peggiorato. Ora, a tutta la sua secchezza fisica e alla voce cupamente ragliante si aggiungevano vasti ciuffi di peli che uscivano dal naso e dalle orecchie. Sembrava ancora più pronto di prima a ghermire gli studenti. L’immeritata pensione lo ha tolto finalmente di mezzo.

L’altro vampiro di cui ho fatto esperienza è anch’egli un professore di filosofia (due casi fanno, forse, un indizio, ma, concedetemelo, non fanno ancora una prova). Questa volta anche visivamente ricorda la schiatta di Vlad. È un uomo di carnagione scura, il capello una volta riccio, ora diradato e beneficiato da ampie porzioni di tintura, che assume con il passare dei giorni un maldestro colore scuro con sfumature rossicce, impegnato, più che nell’insegnamento e nella ricerca, nella telefonia a danno dei propri colleghi, ai quali tenta di estorcere informazioni su oscure trame accademiche che si consumerebbero quotidianamente nei corridoi universitari. Queste trame sono sempre oscure ai più per il semplice fatto che di solito non esistono.

Per un’intera primavera, in occasione di alcune scadenze accademiche, irrilevanti in qualsiasi prospettiva un po’ più ampia di quella che si gode dal proprio ufficio o dal poggiolo di casa, mi perseguitò con chilometriche conversazioni telefoniche. Alla fine spossato, controllai i tabulati telefonici: in meno di dieci chiamate in un solo mese mi aveva costretto a stare incollato al telefono portatile per dieci ore e mezza. In occasione di una riunione plenaria, lo sorpresi a seguire me e altri nei corridoi per carpire le nostre conversazioni, che spesso avevano contenuti epocali del genere: “Che palle! Quando finisce questa riunione? Andiamo a prendere un caffè?”

Come con tutte le persone che desiderano insinuarsi in maniera subdola nelle nostre vite, l’unica strategia possibile di difesa è la rottura dei rapporti. Mi risolsi a percorrerne la strada, ultima momentanea vittima, come numerosi altri avevano fatto prima di me. Continuò a perseguitarmi telefonicamente da numerose utenze. Dovetti bloccarne i numeri telefonici. Contattò amici, mi scrisse mail piagnucolose (stavo per cedere: non lo feci) non capacitandosi…Non capacitandosi di che cosa precisamente? Me lo sono chiesto spesso. La risposta che mi sono dato è che gli sembrava impossibile che qualcuno volesse sottrarsi al suo morboso abbraccio verbale, semplicemente perché ne vedeva l’inconcludenza e non lo sopportava più.

E qui penso che veniamo a una caratteristica essenziale del vampiro. Il vampiro di cui ognuno di noi ha fatto esperienza è quello che succhia le nostre vite inibendoci all’azione, non per raggiungere un obiettivo lui, ma per far sì che noi, nei limiti delle sue possibilità, non ne abbiamo di nostri. Il vampiro morale è un parassita delle esperienze degli altri. Nelle due esperienze che io ne ho avuto è accaduto precisamente questo. Nel primo caso, trasmettendo una debordante carica negativa all’uditorio; nel secondo trattenendolo con un inconcludente diluvio di parole, di frasi finite a metà, di ragionamenti obliqui, di insinuazioni ombrose. Si dirà che in fin dei conti, si tratta di caratteristiche del carattere di persone un po’ svitate e con inclinazioni patologiche e border-line. Non sono d’accordo. Non perché non pensi che effettivamente il vampiro morale non sia sempre un personaggio border-line, bensì perché penso che non abbia bisogno di esibire un suo carattere definito. Nella sua Antropologia dal punto di vista pragmaticoKant ci viene in soccorso, notando che l’espressione avere un carattere di solito è sempre connotata positivamente. “Poter dire di un uomo che ha carattere significa non solo dire molto di lui, ma anche farne un grande elogio, perché il carattere è cosa rara che suscita rispetto e ammirazione”, poiché “significa avere quella proprietà del volere per cui il soggetto si lega da se stesso a determinati princìpi pratici che si è inderogabilmente prescritti per mezzo della sua stessa ragione.”

Il vampiro non esibisce nessun principio pratico riconoscibile attraverso il quale si relaziona agli altri, nemmeno la semplice manipolazione. Infatti, ritengo che la sua fenomenologia sia sufficientemente varia da andare dall’irradiamento negativo del primo esempio alle patologie complottistiche e telefoniche del secondo. Insomma, il vampiro suscita un’inibizione all’azione ed è quindi possibile considerarlo come una patologia del libero arbitrio. Per questo ci rende peggiori: perché ci impedisce di agire. L’inazione morale è infatti una forma di male, sebbene spesso minore, non solo perché ci impedisce di adoperarci per il bene, ma perché nega la nostra natura di esseri moralmente liberi, avrebbe detto Kant.

Io non voglio essere così elevato come Kant. Non ne sono probabilmente capace. Mi limito ad accontentarmi di non essermi occupato dei cartesiani italiani e di non avere più le palpitazioni quando squilla il telefono.

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